L’ Image che Spacca: The Walking Dead

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L’Image Comics è la mia attuale etichetta americana preferita …anche se mi fa strano dirlo, data l’atavica avversione che ho per la storica image (iniziale minuscola voluta) degli anni ’90, è così.

Tolte alcune perle, più uniche che rare, mi han sempre dato noia le serie di McFarlane & Co. Personaggi fotocopiati da eroi Marvel e DC (in realtà McFarlane con Spawn qualcosina di originale l’ha fatto…ma non mi piace comunque), zero caratterizzazione, zero trama.I fondatori della neo-etichetta indipendente erano disegnatori decisi a mettersi in proprio, dopo aver raggiunto una grossa notorietà rivoluzionando il look dei fumetti popolari. Peccato mancassero di abilità da narratori. Bastava sfruttare la concezione di fumetto maturo dell’epoca: violenza esagerata, muscoli esagerati, tette esagerate, bocche da fuoco esageratamente ingombranti. Bastava esagerare, e gli incassi arrivavano a cascata.

Ci si poteva poi triplicare i guadagni sfruttando l’ondata di collezionisti saltata fuori all’improvviso nel settore. C’era sempre qualcuno disposto a comprare un albo con copertina variant metalizzata, e c’era sempre qualcuno disposto a comprare una tavola originale del disegnatore superstar x del momento, se vi appariva bene in posa il nuovo personaggio pseudo-Wolverine o la nuova pin-up maggiorata in spandex attillato (personaggi assolutamente inutili venivano introdotti ad ogni albo di ogni serie).

Il nome image era assolutamente azzeccato: l’immagine aveva prevaricato i contenuti del fumetto.

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Supreme: il Superman esageratamente brutale made in image…di lui ne riparleremo…

Ma siamo in un altro secolo e in un altro millennio, i fumetti sono di nicchia e procurano meno dindi, molte delle menti originali dietro all’image hanno venduto la propria parte della baracca e sono tornati strisciando a lavorare per i due colossi del mercato (o sono morti in una fogna, a chi importa). Clima ideale per un cambiamento, negli ultimi anni l’Image è diventata l’etichetta indie che avrebbe sempre dovuto essere: l’alternativa migliore al genere superomistico inflazionato nel settore, un nido per ogni capace autore che voglia sviluppare le proprie serie in totale libertà. E di suddetti autori non ne mancano, sono uscite un’enormità di serie negli ultimi anni. E per farsi un’ idea della qualità basta vedere come, ogni anno, sia una di queste serie a vincere l’Eisner Award (molto ignorantemente: gli Oscar del fumetto) come miglior serie regolare.

In breve, questa è la prima puntata di una rubrica in cui parlerò,in breve, di serie Image, man mano che le proverò…in breve.

E iniziamo dall’esempio più ovvio: The Walking Dead, lo conoscete, lo conosce pure mia nonna! Se non l’avete letto, avete visto la serie tivù, o avete giocato al videogiuoco. Robert Kirkman ci ha creato un intero franchise di successo con questa serie, sviscerando il suo amore per il genere zombie.

ImageOrmai il tema della serie lo sanno tutti, ma per onor di cronaca: questa non è una canonica serie sugli zombie. Qui gli zombie sono dei comprimari di secondo piano, un mero pretesto per inscenare una soap opera (parecchio “nera”, va detto), incentrata su dei sopravvissuti ad una apocalisse che ha annichilito la civiltà, e il loro adattarsi ad essa. Niente più società democratica, l’umanità è divisa in branchi e vige la legge del più forte. Per la sopravvivenza sarà necessario scendere a parecchi compromessi morali, rinunciare a parte della propria umanità e sanità mentale, subire una mutazione interiore. Significativo come i maggiori esempi di questa mutazione siano ex-simboli dell’ordine, come un poliziotto e un’avvocatessa, oppure icone di purezza e spensieratezza, quali sono i bambini. Ancor più degli zombie saranno gli individui che, senza più leggi a limitarli, hanno rivelato un lato mostruoso e psicotico i veri antagonisti della storia.

Come viene detto nella frase più iconica della serie: i sopravvissuti sono i morti che camminano del titolo.

 Personalmente sono rimasto deluso inizialmente dalla serie: ritmo narrativo sballato, i disegni di Tony Moore, che non mi  dispiacciono, ma qui non ci azzeccano una cippa. Gli zombie pupazzosi e le facce dei personaggi, disegnate in maniera troppo caricaturale, che non sfigurerebbero in un volume di Topolino (potete ammirarne un esempio guardando le facce da pistola nella copertina in cima all’ articolo) ammazzano l’atmosfera.

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Con l’arrivo di Charlie Adlard alle matite, però, si innesta la macchina e ogni ingranaggio svolge il suo dovere. Il nuovo tratto: grezzo e scuro, riempito di opprimente inchiostro nero, e la perfetta espressività facciale dei personaggi sono funzionali per la sceneggiatura a ritmo serrato e incentrata sul lato emotivo dei protagonisti. Appena si ha familiarità con il loro carattere è difficile staccarsi dallo svolgimento delle loro vicende (che sono arrivate a riempire più di 100 volumi, in madrepatria).

E’ ormai scontato ma…sì, questa serie SPACCA!

Scritto da: L’Escapista

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